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FAQ

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Le domande più frequenti

1) Decisioni di qualità sviluppate con il coinvolgimento diretto dei cittadini

2) Il bene comune e l’interesse generale sono al cuore del processo

3) Le decisioni sono prese da un gruppo indipendente di cittadini, grazie alla loro selezione casuale

4) Le decisioni sono assunte dai cittadini dopo essersi adeguatamente informati sulle questioni in oggetto e dopo aver ascoltato il parere e le posizioni di varie persone coinvolte in modo differente, quali esperti e stakeholders

5) Un alto livello di consenso interno sulle decisioni prese in seno all’Assemblea – le varie decisioni ricevono una media dell’80% del consenso dei membri dell’Assemblea

6) Un alto livello di consenso popolare sulle decisioni prese nelle Assemblee

7) Il processo di organizzazione di un’Assemblea Aleatoria incoraggia le istituzioni e la società civile a ricercare soluzioni ai problemi comuni e a presentare le loro raccomandazioni

8) Nuovi spunti, riflessioni e soluzioni potrebbero scaturire dalle Assemblee, grazie alla natura del loro processo che contempla l’intervento la presentazione di un’ampia gamma di punti di vista e prospettive

9) Si tratta di un metodo trasparente di decision making, ovvero di elaborazione ed assunzione di decisioni nell’interesse generale

In generale, le Assemblee conoscono almeno 3 fasi.

La prima fase è detta informativa ed è dedicata all’ascolto e all’interrogazione di esperti, funzionari amministrativi, politici, tecnici ecc sul tema o sui temi in oggetto.

La seconda fase è deliberativa e consiste in varie discussioni e scambi di opinioni sul tema tra i membri stessi dell’Assemblea, moderati dagli organizzatori dell’Assemblea e da chi la presiede. Durante questa fase vengono definite ed avanzate varie proposte, poi messe al voto.

Infine, l’ultima fase è quella risolutiva e consiste nell’adozione da parte dell’Assemblea di un testo unico, risultante dalle votazioni sulle singole proposte precedentemente avanzate e contenente una o più decisioni finali.

È a discrezione del potere pubblico che ha creato l’Assemblea (Comune, Regione, Stato) decidere che valore conferire a tale risoluzione dell’Assemblea; se puramente consultivo o vincolante. Un’ipotesi già percorsa altrove è che ad esprimersi con un voto su questa risoluzione possano essere una nuova Assemblea composta da nuovi membri sorteggiati e/o l’Assemblea eletta (Consiglio comunale, Consiglio regionale, Parlamento).

Possono diventare membri di un’Assemblea aleatoria tutti i cittadini che abbiano compiuto la maggiore età o, più nello specifico, tutti i cittadini con i requisiti per far parte dell’elettorato attivo.

Le fasi per la selezione dei membri delle Assemblee sono generalmente tre:
1) invito aperto alla cittadinanza a prendere parte a una riunione informativa e conoscitiva sull’Assemblea cittadina. Questa fase serve ad identificare un bacino di volontari tra i quali procedere all’estrazione finale dei membri. In realtà grandi e popolose, l’invito è generalmente mirato, ovvero si ha una prima estrazione dalle liste elettorali di un numero molto ampio di cittadini che vengono invitati a partecipare alla riunione informativa tramite posta.
2) fase informativa, in cui gli organizzatori del progetto lo presentano ai cittadini che hanno accettato di partecipare alla riunione. Viene creato una lista con i nomi di tutti quei cittadini che si dichiarano disponibili ad essere estratti a sorte come membri dell’Assemblea.
3) sorteggio dei membri finali dell’Assemblea dal bacino di cittadini volontari.

Ogni estrazione viene realizzata in modo elettronico dall’amministrazione che ha deciso di creare l’Assemblea o da un ente terzo.
Possono verificarsi casi specifici in cui si richieda una composizione particolare dell’Assemblea; ad esempio, composta per metà da cittadini cattolici e per metà da protestanti – com’è avvenuto in Irlanda. Negli altri casi, la composizione dell’Assemblea è generalmente piuttosto libera, rimessa appunto al caso. Questo perché è comprovato che lo strumento del sorteggio garantisca di per sé un’equa rappresentatività della società sotto tutti i punti di vista. Ovviamente, più persone vengono coinvolte, maggiore è la platea dei partecipanti – ovvero dei sorteggiabili – maggiore è la garanzia di rappresentatività.
Gli unici vincoli che le esperienze di democrazia aleatoria hanno tutte messo in atto sono legati al criterio del genere e dell’età, in particolare nel caso in cui le proporzioni interne a questi calino oltre una data percentuale. In particolare, 30% come rappresentanza minima per entrambi i generi e 15% come rappresentanza minima per le tre sottocategorie di età (18-40, 40-60, over 60).
Alcune esperienze hanno considerato come criteri da non lasciare puramente “al caso” anche la provenienza geografica dei membri, il loro livello di istruzione e di reddito.

Intanto dovrebbe essere un organismo terzo a fare il sorteggio. Poi, i rischi ci possono essere comunque, indipendentemente da come si voti o si sorteggino i cittadini. È però verosimile immaginare che sia molto più facile garantire la sicurezza di un sorteggio che quella del meccanismo elettorale tradizionale, del resto notoriamente non immune da brogli di vario tipo.

L’ascolto e l’interrogazione di professionisti ed esperti del settore oggetto di deliberazione da parte dei cittadini deliberanti è una delle fasi-chiave dei processi di democrazia aleatoria. Non a caso, la prima fase che caratterizza un’Assemblea aleatoria è appunto detta informativa.

Si consideri che, esattamente come i politici, i cittadini deliberanti non sono tuttologi.
Si pensi al Parlamento: vi siedono centinaia di persone, ciascuna con le proprie esperienze e competenze settoriali, eppure tutti votano su tutto. Questo perché, appunto, esistono “gli esperti”, che vengono regolarmente e costantemente consultati dai politici di ogni rango e posizione.

“Gli esperti” non è una parolaccia. Le persone con competenze tecniche e specializzate servono alla democrazia, sono vitali, basta però che facciano gli esperti e non i decisori. Gli esperti illustrano, spiegano, dimostrano, insegnano, convincono o non convincono ma non devono decidere.
Se decidono, la democrazia muore e siamo nella tecnocrazia. E dunque, incompetenza non significa stupidità! Chi delibera, chi prende decisioni, non è necessario che possieda competenze specifiche sull’oggetto della deliberazione; e questo è appunto già valido oggi.

Il cittadino sorteggiato ha in realtà molto da perdere da una sua scelta sbagliata o presa contro l’interesse generale, perché l’interesse generale è anche il suo. Questo vale per lui ma non per il politico eletto perché quest’ultimo ha la possibilità di diventare “casta”, dal momento che il mandato di un eletto non ha durata limitata nel tempo, a differenza di quello di un cittadino sorteggiato.

Si consideri poi che nel nostro ordinamento e a dir la verità in quasi tutti, non esiste vincolo di mandato per i parlamentari eletti. Ciò significa che essi sono del tutto liberi nelle loro votazioni e non devono necessariamente rispondere al proprio elettorato per le loro scelte. Allo stesso tempo, l’interesse dell’eletto nel rispondere alle istanze del suo elettorato è del tutto privato, teso cioè al beneficio personale della rielezione.

Questo è dovuto al fatto che l’eletto possa in ogni momento ricercare vantaggi personali per il futuro della sua carica/carriera. Quindi, la libertà dell’eletto è in realtà molto relativa, vincolata da un lato dal miraggio della rielezione e dall’altro dalla disciplina di partito che, come sappiamo, può portare i singoli a votare in modo dissimile dalla loro volontà originaria.
Ebbene, tutto questo per un sorteggiato non è valido. Egli è realmente libero poiché del tutto indipendente. Non vi è evidentemente disciplina di partito, poiché non vi è partito. Non vi è un elettorato cui dover rispondere, ma ciò non significa che non vi sia accountability. Anzi, proprio perché il sorteggiato è un comune cittadino, egli potrebbe ritrovarsi a dover giustificare la propria azione dinanzi ai suoi concittadini; specialmente a coloro che, per affinità di vario tipo, possono aver visto in lui un loro rappresentante. In cosa si differenzia questa accountability da quella dell’eletto? Dal fatto che il mandato del sorteggiato è limitato nel tempo e ciò fa sì che questo non abbia neppure la possibilità temporale e materiale di ottenere un qualche beneficio futuro a titolo meramente personale.

Di fronte a queste legittime perplessità, dovremmo tutti rispondere con una domanda: se io, cittadino, fossi sorteggiato a membro di un’Assemblea ad occuparmi di un tema di interesse pubblico che tocca gli altri come me e non avessi modo di trarre da quest’esperienza alcun vantaggio meramente personale (magari anche a discapito della comunità), perché mai non dovrei impegnarmi nell’agire nell’interesse mio e dei miei concittadini?

La democrazia non è il governo dei tecnici o dei più competenti, ma del popolo. In questo senso deve essere il più rappresentativo possibile. Il sorteggio garantisce ad un tempo rappresentatività e rappresentanza, evitando clientelismi e favoritismi. È possibile tramite un sorteggio pesato garantire le minoranze e la parità di genere. I sorteggiati, poi, potranno avvalersi dell’aiuto degli esperti per decidere secondo coscienza. Come del resto avviene già oggi in Parlamento e per comporre le giurie popolari dei processi, dove i giurati mitigando il potere del giudice togato, decidono spesso su questioni vitali per gli imputati.

Basterebbe porsi questa domanda: ma i politici, che ne sanno in più i politici? Chi sono i politici? Sono semplicemente persone comuni che si dedicano a una causa; non sono tuttologi! Si pensi al Parlamento: vi siedono centinaia di persone, ciascuna con le proprie esperienze e competenze settoriali, eppure tutti votano su tutto. Questo perché esistono “gli esperti”, che vengono regolarmente e costantemente consultati dai politici di ogni rango e posizione. “Gli esperti” non è una parolaccia. Le persone con competenze tecniche e specializzate servono alla democrazia, sono vitali, basta però che facciano gli esperti e non i decisori. Gli esperti illustrano, spiegano, insegnano, consigliano, convincono o non convincono ma non devono decidere. Se decidono, la democrazia muore e siamo nella tecnocrazia. E dunque, incompetenza non significa stupidità! Chi delibera, chi prende decisioni, non è necessario che possieda competenze specifiche sull’oggetto della deliberazione; e questo è appunto già valido oggi.

Dopotutto, se dovete fare un lavoro di ristrutturazione in casa, almeno che non siate costruttori edili, cosa fate? Vi recate da più ditte per dei preventivi, delle “analisi costi-benefici” come va di moda dire adesso, e poi scegliete. Voi sentite “gli esperti” e poi voi scegliete. Voi scegliete, non loro; voi!
Ecco perché l’ascolto e l’interrogazione di professionisti ed esperti del settore oggetto di deliberazione da parte dei cittadini deliberanti è una delle fasi-chiave dei processi di democrazia aleatoria.

Si consideri poi il fatto che il miglior modo per far uscire i cittadini da una loro presunta ignoranza e incompetenza è proprio fornire a questi la motivazione per dover essere informati e preparati. L’occasione – recita il proverbio – fa l’uomo ladro. Le esperienze di democrazia aleatoria si sono infatti sempre presentate come una vera e propria palestra di educazione civica e politica, durante le quali entra in moto nei cittadini un comprovato meccanismo psicologico chiamato “ignoranza razionale” per il quale chiunque, se posto nelle condizioni in cui la sua scelta possa fare la differenza, si impegnerà al massimo per prenderla nel migliore dei modi e col massimo dell’impegno.

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